LA DISLESSIA NON È UNA MALATTIA

La dislessia non è una malattia

LA DISLESSIA


La dislessia non è una malattia ma una “neurodiversità”.
Secondo i ricercatori, il cervello dei dislessici è organizzato in modo un po' diverso. Per questo, da una parte faticano a leggere, dall’altra, spesso, hanno un QI più alto della media
Ecco quello che la scienza ha scoperto fino a oggi.
testo di Francesca Magni.
1. COS’È LA DISLESSIA E COSA SONO I DSA 

La dislessia fa parte dei cosiddetti Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Spesso si usa la parola dislessico in modo generico, per indicare tutti i DSA, ma ognuno ha caratteristiche precise:

Dislessia: è la difficoltà a imparare a leggere, a tradurre il codice scrittura (grafema) in parola (fonema); la dislessia è la difficoltà nella correttezza e nella rapidità della lettura.
Disgrafia: è la difficoltà a tracciare graficamente le parole.
• Disortografia: è la difficoltà a trattenere e riprodurre l’ortografia delle parole.
Discalculia: è la difficoltà a rendere automatici i processi di calcolo e di elaborazione dei numeri. 
In Italia esiste una legge sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento, la legge 170 dell’8 ottobre 2010 , che li definisce, tutela il diritto allo studio dei ragazzi con DSA e dà alla scuola alcune linee guida per riflettere sui metodi di insegnamento. 
In chi ha un disturbo dell’apprendimento è compromessa l’automatizzazione di processi come lettura, scrittura, calcolo: non significa che non imparano a leggere scrivere e fare i conti, ma che lo fanno con lentezza e scarsa accuratezza.
Quando comunemente si usa la parola dislessico, in genere si include anche un insieme di sintomi che non si applicano esclusivamente alle funzioni di lettura e scrittura; i più ricorrenti e attualmente accreditati sono: 
Deficit della memoria a vari livelli
• Lentezza e affaticabilità rispetto all’apprendimento scolastico
• Difficoltà di concentrazione
• Disturbi motori e di ritmo
• Difficoltà di “shifting”, cioè di passare rapidamente da un’attività a un’altra
• Scarsa abilità di stima temporale e di orientarsi nel tempo

2. LA DISLESSIA NON È UNA MALATTIA
La dislessia, è una caratteristica costituzionale, come il mancinismo: si nasce dislessici e lo si resta per tutta la vita. Non si guarisce, perché non è una malattia. 
La dislessia, come gli altri DSA, è effetto di una neurovarietà: in pratica il cervello del dislessico è leggermente diverso da un punto di vista anatomico e del funzionamento; non è danneggiato, è costruito in modo differente e funziona in modo differente. 
Ecco cosa i disturbi dell’apprendimento NON sono…
NON sono conseguenza di un blocco psicologico
NON sono conseguenza di un blocco relazionale
NON sono conseguenza di un problema educativo
NON sono dovuti a un deficit di intelligenza
NON sono dovuti a deficit sensoriali (problemi di vista, udito) 
3. COME È FATTO IL CERVELLO DI UN DISLESSICO 

Gli studi più recenti sulla dislessia la indagano dal punto di vista biologico e anatomico. Marilù Gorno Tempini, neurologa comportamentale al Dyslexia Center dell’università di San Francisco, racconta che esistono, nei dislessici, dei punti del cervello in cui le reti neurali sono disposte in modo atipico.
Durante la vita fetale, i neuroni sono inizialmente tutti al centro del cervello; man mano che questo si sviluppa, devono migrare verso la superficie per formare la materia grigia. 
Questo succede a ondate diverse durante la crescita, ma soprattutto nella vita fetale. In alcuni casi sembra che, durante questa migrazione neuronale, si creino delle piccole aree in cui lo schema dei neuroni è un po’ diverso da quello tipico.
È un po’ come un neo della pelle, che nasce da una piccola “disorganizzazione” dei melanociti, che si dispongono in modo insolito. 
Con la risonanza magnetica si possono vedere le differenze di morfologia tra i solchi dell’emisfero sinistro e di quello destro: sono variazioni minime ma fanno sì che l’attivazione di queste aree cerebrali non sia simultanea come dovrebbe, e che le connessioni siano un po’ meno organizzate. 
Per esempio, le connessioni tra l’area visiva delle parole e la fonologia (il suono) possono essere più lente: per questo molti dislessici fanno fatica a imparare a memoria le parole, fanno fatica a imparare le date, da piccoli fanno fatica a imparare i nomi dei colori. 
4. CHE RAPPORTO C'È TRA DISLESSIA E PROBLEMI DI MEMORIA 

Ci sono 3 “capitoli” della memoria che nei dislessici possono essere compromessi. Esistono anche dislessici che non hanno problemi di memoria, ma la maggior parte li ha, perciò è importante saperli riconoscere e adottare strategie per aggirarli. 
LA MEMORIA PROCEDURALE
Permette di ricordare una sequenza di parole o di operazioni da svolgere (le tabelline, leggere l’orologio analogico, svolgere un’operazione matematica).
Molti dislessici hanno un deficit di questo particolare tipo di memoria operativa. Da qui derivano quelle che tanti genitori e insegnanti scambiano per stranezze ispiegabili: non imparare i giorni della settimana, i nomi dei mesi, le note musicali, ma anche non trattenere le tabelline, i procedimenti del calcolo o la sequenza di operazioni necessarie per leggere l’orologio con le lancette o allacciare le scarpe. 
→ Ogni dislessico in genere arriva a elaborare le proprie strategie, sia per la memorizzazione sia per il recupero delle nozioni.  
LA MEMORIA PER IL LESSICO 

Tanti dislessici faticano a memorizzare i lessici specifici e i vocaboli in generale.

Per esempio capita che vedendo un’armonica a bocca la chiamino fisarmonica, che dicano sfinge per piramide, tucano invece di pellicano. Se però mostri loro la foto di un tucano e di un pellicano, sanno perfettamente quale è uno e quale l’altro. 
Il problema non è imparare il significato delle parole: il problema è archiviarle e recuperarle correttamente. Spesso il dislessico va nell’archivio delle parole, azzecca il cassetto, ma ne prende una simile a quella che cercava. 
Questo problema è presente soprattutto in chi ha come matrice della dislessia un disturbo del linguaggio (vedi punto 6); ma succede anche a chi non ha disturbi del linguaggio, perché la dislessia porta a non leggere e di conseguenza a impoverire il vocabolario, perdendo la capacità di recupero del lessico. 
→ Per permettere a un dislessico di recuperare le parole occorre dargli tempo. Solo un atteggiamento paziente e che elimini ogni forma di ansia, potrà aiutarlo.
→ Mappe, schemi, glossari, formulari servono a ovviare ai problemi di recupero del lessico. Per questo è previsto che siano non solo usati come metodo di studio, ma anche concessi a scuola durante le verifiche. 
→ Il recupero del lessico diventa più semplice se la parola è associata a una storia, a un’esperienza o a un’emozione.
→ Il recupero del lessico diventa più semplice se si trasforma la parola da semplice suono a oggetto visivo (uno schema colorato, per esempio) o oggetto manipolabile. 
LA MEMORIA DI LAVORO.
È un compartimento di stoccaggio transitorio, serve a tenere a mente degli elementi da elaborare. Ti dico una serie di numeri e tu devi ripeterli in sequenza inversa. È la memoria che serve per eseguire le operazioni, per esempio 27×35: devi tenere insieme i numeri iniziali, il riporto, le decine e le unità…
Spesso la memoria di lavoro è un punto fragile dei dislessici. È per questo che vanno in confusione con comandi come “Esci dalla stanza gira a sinistra, prosegui per tutto il corridoio, poi scendi la scala che ti trovi sulla destra”… O se l’insegnante dice: “Aprite il libro a pagina 76, capitolo 5, secondo paragrafo, leggete e riassumete”. Al secondo comando il dislessico si è già perso! È anche la ragione per cui spesso sono in difficoltà a scrivere i compiti sul diario. 
→ La memoria di lavoro si aiuta frazionando i comandi e presentandoli come una serie di richieste successive e separate.  
Questi tipi di memoria non hanno a che fare con la memoria episodica che si può riferire a esperienze, eventi, emozioni e che nei dislessici è intatta; anzi, spesso è un punto di forza. 
Francesco Riva, attore dislessico, spiega che non ha nessuna difficoltà a ricordare interi monologhi «perché si tratta di una storia con un senso compiuto; perché posso associare la memorizzazione dei brani a dei gesti del corpo; perché uso la memoria visiva e ricordo il punto del foglio in cui è scritto ogni passaggio».
→ Inserire parole, nozioni, date in contesti più ampi, rendere visive con mappe disegnate e schemi, scrivere le parole su oggetti da manipolare sono strategie efficaci con i dislessici. 

5. SCUOLA PRIMARIA: 

I POSSIBILI SEGNALI DI UN DISTURBO DELL'APPRENDIMENTO
SEGNALI DA NON TRASCURARE

• Lentezza e imprecisione nella lettura. 
• Difficoltà a ricordare come si scrivono le singole lettere e le parole. 
• Lentezza esecutiva: è un indicatore molto importante. A volte le maestre vedono che il bambino scrive bene e ha quaderni ordinati, e non si chiedono quanto tempo gli sia servito. Se il bambino fa bene le cose ma impiega molto più tempo dei compagni, è un segnale da raccogliere. 
• Lentezza a copiare dalla lavagna: questo esercizio apparentemente banale è un test semplice ed efficace perché richiede più passaggi di decodifica (leggere, ricorare, trascrivere). 
• Difficoltà a stare al ritmo della dettatura. 
• Difficoltà di attenzione.

ULTERIORI SEGNALI DA OSSERVARE
Queste caratteristiche possono essere significative se non si risolvono in tempi fisiologici e se sono combinate con alcuni dei segnali di cui si è detto sopra.
• Fatica a usare lo spazio della pagina.
• Difficoltà di calcolo a mente entro il 10.
• Lentezza ed errori nella numerazione all’indietro da 20 a 0.
• Difficoltà a memorizzare le procedure delle operazioni aritmetiche.
• Difficoltà a ricordare il proprio numero di telefono.
• Difficoltà a pianificare le proprie attività.
• Difficoltà nella gestione del tempo.
• Scarsa autostima e sicurezza di sé. 
In generale, un bambino o un ragazzo intelligente e curioso, magari molto bravo a disegnare o bravo in musica, che però abbia odio e ostilità verso la scuola e ottenga risultati non coerenti con le capacità cognitive che dimostra di avere, deve far sorgere un dubbio e spingere a indagare. Soprattutto se la discrepanza tra intelligenza e risultati scolastici genera in lui comportamenti aggressivi e/o ansiosi. 
6. SCUOLA MATERNA: I CAMPANELLI D'ALLARME CHE SI POSSONO GIÀ OSSERVARE 

Poiché la dislessia è congenita ed è di natura neurobiologica, le sue caratteristiche sono già presenti prima che il bambino impari a leggere. Esistono campanelli d’allarme che si possono individuare già alla scuola materna. Non c’è un rapporto di causa-effetto tra questi segnali precoci e i disturbi dell’apprendimento, ma sono indizi da tenere sotto osservazione. 
FATTORI DI RISCHIO 

• Disturbi del linguaggio: i bambini che fino a 4, 5 anni non pronunciano correttamente lettere e parole hanno il 50% di probabilità di essere dislessici. Tuttavia esistono dislessici che non hanno avuto disturbi del linguaggio.
• Familiarità: insieme ai disturbi del linguaggio, la familiarità è un fattore di rischio perché la dislessia è genetica e quindi ereditaria. Non è facile rilevarla perché le certificazioni di dislessia in Italia esistono solo dal 2010, ma è utile indagare se ci siano in famiglia casi di insuccesso scolastico non motivato da carenze intellettive. 
SEGNALI A CUI PRESTARE ATTENZIONE
• Difficoltà a imparare sequenze di parole e di numeri.
• Difficoltà nella manualità fine.
• Difficoltà di coordinazione motoria.
• Difficoltà a ricordare qualsiasi sequenza di suoni (per esempio le filastrocche), a riconoscere le rime, ad associare un colore al suo nome.
• Lentezza nel richiamare le parole alla mente; lentezza nell’eseguire dei compiti.
• Difficoltà a mantenere l’attenzione.
• Difficoltà a riconoscere destra e sinistra.
La legge italiana prevede che la dislessia sia “diagnosticata” solo dopo un periodo di esposizione alla lettura, quindi non prima dei 7-8 anni. Tuttavia negli Stati Uniti si stanno studiando giochi e app che permetteranno di identificare i dislessici precocemente e di aiutarli già alla scuola materna con esercizi ludici focalizzati sugli aspetti cognitivi che stanno alla base dei futuri meccanismi di lettura. 
7. LA DISLESSIA È EREDITARIA
Già nel 1917 James Hinshelwood, l’oculista londinese che per primo aveva individuato la dislessia definendola una “cecità alle parole”, ne aveva rilevato la familiarità. Oggi molte ricerche confermano che la dislessia viene trasmessa per via genetica e sono stati individuati cromosomi su cui si trovano dei geni la cui mutazione sarebbe in relazione con le manifestazioni della dislessia. 
Tra le ricerche più interessanti su questo tema, una compiuta in Finlandia all’inizio degli anni 2000 e riportata da Giacomo Stella in La dislessia (Il Mulino). Attraverso i consultori a cui si rivolgevano le donne in gravidanza, si sono individuate 100 coppie considerate a rischio di avere figli dislessici e 100 non a rischio; nelle prime, la madre o il padre o entrambi avevano alle spalle storie di insuccesso scolastico non motivato da carenze intellettive. 
I figli di queste coppie sono stati seguiti dalla nascita fino alla fine delle elementari e, fra i bambini definiti a rischio, 90 su 100 hanno manifestato la dislessia. I bambini delle coppie a rischio, inoltre, già a sei mesi si dimostravano meno abili a distinguere sottili differenze nel suono delle parole, il che conferma uno stretto legame fra la competenza fonologica, cioè la capacità di elaborare i suoni del linguaggio orale, e la dislessia.
Invece si è esclusa una relazione fra il mancato gattonamento e i problemi di lettura, perché si è visto che nei due gruppi c’era la stessa percentuale di bambini che avevano saltato la fase a quattro zampe. 
→ Quando si scopre in famiglia un bambino dislessico, è utile indagare. Può capitare di individuare un parente con tratti simili, in genere una declinazione un po’ diversa delle caratteristiche legate ai disturbi dell’apprendimento e alle conseguenti caratteristiche della memoria. Scoprirlo può diventare una risorsa: il bambino non si sentirà più solo e strano, e l’adulto che si riconosce in lui è la persona più adatta ad aiutarlo a individuare il giusto metodo di studio. 
8. PERCHÉ OGNI DISLESSICO È DIVERSO 

Oggi si individua la dislessia dalle sue conseguenze sulla letto-scrittura.
È come dire: so che nel lago in fondo a un torrente galleggiano alcuni tronchi, ma non so a che altezza del torrente siano finiti in acqua, se vicino alla sorgente, a metà o verso la fine.
Quella che chiamiamo dislessia è una condizione finale (i tronchi nel lago), cioè un aspetto di funzionamento che accomuna i dislessici, ma che può derivare da fattori non necessariamente uniformi. È come dire che ognuno può “costruire” la propria dislessia con meccanismi neurobiologici un po’ diversi. 
9. PERCHÉ SI DICE CHE I DISLESSICI SIANO GENIALI
La certificazione di dislessia si basa sull’esclusione di altre cause che possono compromettere la lettura (QI sotto la media, condizioni psicologiche e sociali, disturbi neurologici o sensoriali, inadeguata conoscenza della lingua) e sull’aver rilevato una difficoltà di scrittura.
In pratica i DSA certificati sono bambini e ragazzi di cui è provata, tramite appositi test, l’intelligenza. A volte si scopre che hanno quozienti intellettivi anche superiori alla media. 
Avendo a che fare con le proprie peculiarità fin da piccoli e dovendosi destreggiare in un mondo (una scuola) fatta per non dislessici, questi bambini sviluppano strategie compensative diventando spesso molto abili in alcune attività soprendenti.
Qualche anno fa la rivista Fortune metteva in copertina il titolo The dyslexic CEO: un’inchiesta mostrava come tra i capitani d’industria ci fosse un’altissima percentuale di dislessici
certificati. Questo non significa che ogni dislessico sia un genio, né che abbia senso puntare su questo stereotipo, ma certo vale la pena di conoscere certi processi del pensiero dislessico. 
In particolare Ray Laurence, docente all’Università del Kent, classicista e studioso di storia romana, offre un interessante punto di vista. Lui stesso dislessico, sostiene che questa neurodiversità comporti alcuni elementi di forza:
• Un approccio olistico ai problemi
• La capacità di stabilire connessioni
• La propensione a osservare le cose da una prospettiva che ai non dislessici risulta inusuale
• La facilità nel concepire progetti creativi
• L’abilità nell’argomentare durante una discussione e nell’affrontare quelli che gli inglesi chiamo i quesiti “what if”, cioè nel figurarsi soluzioni alternative
All’università di San Francisco è in corso uno studio con la risonanza magnetica funzionale su un ampio campione di bambini, dislessici e non, a cui vengono mostrati dei film; si è notato che i dislessici reagiscono di più a ciò che vedono, la loro frequenza cardiaca è più alta e nel cervello hanno le aree del cosiddetto network emotivo più sviluppate. In pratica, hanno un insieme asimmetrico di abilità: le reti neurali legate al codice linguistico sono meno efficienti, ma quelle del network emotivo lo sono di più; spesso poi hanno alte capacità dell’emifero destro, quello visuo-spaziale. 
Da queste caratteristiche deriva il fatto che si trovino tanti dislessici tra gli attori, i politici, gli imprenditori, persone che hanno capacità di visione, riescono a muovere gli altri verso i loro obiettivi, hanno un’aumentata capacità di capire le situazioni sociali. 
Dal premio Nobel per la chimica, lo svizzero Jacques Dubochet, a Ingvar Kamprad, fondatore dell’Ikea (è dislessico e ha iniziato a chiamare i suoi mobili con nomi geografici della Svezia perché non riusciva a ricordare i codici dei prodotti!), è indubbio che molti dislessici abbiano un cervello che li rende capaci di grandi imprese. Tuttavia la retorica della genialità non li aiuta: nei fatti, i bambini DSA non devono essere considerati né inferiori né geni. Piuttosto, i mancini dell’apprendimento.

(Con la consulenza di: Marilù Gorno Tempini, neurologa comportamentale, University of San Francisco, Dyslexia Center Cristiano Termine, professore associato di Neuropsichiatria Infantile all’Università degli Studi dell’Insubria)

http://www.donnamoderna.com/dislessia/2017/10/19/cose-la-dislessia-cosa-significa-come-riconoscerla/